“Tempus fugit"
L’alba non era mai stata così chiara. Dalle fessure della finestra entrava una luce intensa, capace di illuminare il percorso che dal letto portava al bagno. Si avvicinò alla porta. Con la mano incerta cercava l’interruttore sicuro di indovinare il pulsante giusto e non, come sempre, sbagliarlo con quello della camera. Premette. La luce, la solita fredda luce si accese illuminando l’ordine blu. Nella penombra si intravvedeva l'altra stanza, nel letto la figura di lei che posta di schiena, dormiva. La guardò. Il rosso carminio delle lenzuola, la pelle di cera ed i riflessi scomposti sui muri davano all'insieme della scena un qualcosa di magico e surreale. Nel buio la luce gialla del bagno si avvinghiava a quella bianca delle fessure; quella scena sembrava un dipinto di Rembrandt. Non volle pensarci, si avviò verso il lavandino. Tutto era in ordine, come piaceva a lui, aprì il rubinetto e lo scorrere dell'acqua ruppe il silenzio. Alzò gli occhi davanti a sé. Lo specchio rifletteva la sua faccia. Scrutò quel viso come lo vedesse per la prima volta. Ogni mattina lo stupore cresceva nel constatare la differenza di opinione che aveva sulla sua faccia. Il tempo passava inclemente di tutte le sue vanità. Quante facce aveva avuto nella sua vita? Le foto ingrigite, quelle in bianco e nero lo rappresentavano sempre diverso. Riconoscere i molti volti che lo hanno ritratto era sempre più difficile ormai. Si sciacquò. Rialzò il capo e si riguardò allo specchio. Aveva pietà per quello scempio che il tempo aveva creato. Si amava troppo per poter accettare l'imbrunire dell'inverno. “Dammi tempo" disse. "Non ne ho" rispose lo specchio. Il rasoio era li. Si ricordò di suo padre seduto in cucina, con uno specchio di plastica appoggiato sul tavolo intento al taglio della barba. La canottiera era bianca ed i calzoni del pigiama grigi con assurde righe arancione. Il vecchio rasoio elettrico faceva uno strano rumore e le testine erano tre talmente lontane una dall'altra che si chiedeva a cosa servissero se non si appoggiavano mai insieme sulle guance. Oggi le testine sono due e si appoggiano perfettamente, la t-shirt blu e le bermuda da notte non assomigliano minimamente ad un pigiama. Il rumore è ovattato. Lui comincia ad assomigliare a suo padre e alla sua stessa barba. La riconosce, dalla peluria pepe sale che miscela il pelo bianco da quello nero cadendo dal rasoio elettrico, proprio come il miscuglio che suo padre lasciava sul lavandino al mattino. La barba, già la barba. Segno del tempo che passa di un’uomo. Si riguardò allo specchio e supplicò ancora: "Dammi tempo. Dammi ancora tempo.” Tempo per stupirmi, tempo per riempire la mia bocca di un sorriso stupito. Tempo per disegnare ancora altre chimere sul mio corpo. Ma lo specchio rispose ancora “non ne ho”. Si girò, premette il pulsante sull'interruttore e il buio riapparve schiarito solo dai raggi intensi delle fessure. La quiete del buio lo faceva stare meglio. Fece piano. Si avvicinò al letto e si distese vicino a lei. Senti il tepore del suo corpo ed un profumo leggero avvolgere la stanza. Sapiente miscela di fiori ed erbe. Miscela come i peli della barba paterna. Lo specchio, la faccia, il profumo, lei e il tempo passato. Nel silenzio una voce ruppe l'indisciplinato pensiero. "Come stai?” "Bene” rispose rigirandosi verso la parete. Portò la sua mano al viso e accarezzandosi una guancia sentì il pungere della peluria incolta. Sorrise pensando al domani, ad un altro specchio. Attese il suono della sveglia che come sempre anticipava il giorno nuovo. Un altro po' di tempo da stendere sulla sua faccia. Il suo tempo rimasto.
George

Commenti
Posta un commento